La grande ricchezza

La grandezza del patrimonio artistico-culturale fa dell’Italia il paese del mondo con la più alta concentrazione di beni archeologici e artistici.

Dati alla mano, sono presenti nel nostro territorio più di 4.500 musei, monumenti e istituti similari.
E’ proprio la sterminata quantità delle strutture museali a determinare un problema.
La conservazione di queste, infatti, richiede un altrettanto sterminata quantità di risorse, tanto in termini di denaro quanto di progettualità.
Indicativo in tal senso l’esiguo impegno dello Stato: l’Italia è all’ultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura.
L’1,1% contro il 2,2% della media UE. (Fonte Eurostat)

L’indagine Istat appena terminata dipinge bene il quadro dell’attuale situazione museale:

– Nella metà dei musei italiani l’ingresso è gratuito. Per 1/3 degli istituti l’incasso annuo derivante dai biglietti non supera i 20.000 euro.
– Poco meno della metà dei visitatori è di nazionalità straniera, ma si concentra per lo più nei maggiori siti.
– Il 60% dei musei non è in grado di fornire al pubblico informazioni in lingua straniera.
– La maggior parte degli istituti museali italiani svolge la propria attività grazie a una quantità esigua di personale: l’80% degli istituti non ha più di 5 addetti.
Solo la metà dei musei italiani ha un proprio sito, meno della metà pubblica online il calendario delle iniziative, solo il 13,3% rende disponibile un catalogo online, meno di un decimo degli istituti (9,4%) offre ai visitatori connettività Wi-Fi e appena il 5% permette prenotazioni online.
– Tanti i beni conservati, ma che non sempre vengono documentati e valorizzati.

Un’immagine abbastanza decadente.
Un settore unico al mondo, dalle potenzialità esagerate, che si scontra con una mancanza di attenzione da parte delle Istituzioni.

Un paradosso considerando l’orgoglio che suscita solo il sentir nominare artisti come Giotto, Donatello, Brunelleschi, Michelangelo, Leonardo, Botticelli.
Ma estendendo il campo, si pensi anche a Dante, Petrarca, Boccaccio e tutte quelle personalità che rappresentano ciò che di migliore questo Paese ha partorito. O magari solo assecondato, come piace pensare a molti.
Un orgoglio non a termine, come quello in cui ci imbattiamo oggi durante le partite della Nazionale o quando un uomo di origini italiane diventa sindaco di New York.
Non quel bisogno atavico di dover rivendicare una vicinanza al vincente di turno, no; un orgoglio immanente, eterno, su cui nessuno può gettare ombre.

Le dichiarazioni di Tremonti nel 2010 fecero scuola: “Con la cultura non si mangia”,  affermò l’allora Ministro dell’Economia.
Effettivamente, se si vanno ad osservare i bilanci, tutti i maggiori musei del mondo hanno i conti in rosso;
Affermazione giusta, quindi? No, parziale. (Anche tralasciando la mera parte economica del viaggio artistico-culturale del turista)
C’è un’altro tipo di pasto, come ha ricordato il jazzista Paolo Fresu, tra i vincitori del Premio De Sica, che è quello dell’anima.
La cultura, l’orgoglio identitario, il patrimonio artistico, la storia hanno plasmato l’essere umano, l’hanno arricchito.
Lo fanno continuamente.
Il reddito intellettuale di cui il nostro patrimonio è fonte primaria è certamente degno di essere salvaguardato.

Che resti l’Italia di Pompei, del Foro Romano, di Venezia, di Firenze, e non l’Italia di Berlusconi, Fabrizio Corona e Antonio Cassano.

Dostoevskij affermava che la bellezza salverà il mondo.
Ebbene, è arrivato il momento di rovesciare l’assunto: che sia il mondo a salvare la bellezza!


[L’articolo originale è stato pubblicato per Wild Italy]

6 thoughts on “La grande ricchezza

  1. è di una tristezza infinita… Meno si investe nella cultura, più il paese diventa ignorante. Sono decisamente amareggiata all’idea di vivere in un paese che non riesce a conoscere e apprezzare l’arte, nemmeno quella antica, figuriamoci quella contemporanea.

  2. Il problema è che nessuno degli artisti e scrittori del nostro radioso passato era italiano: erano fiorentini, napoletani, veneziani, siciliani. Anche oggi una vera cultura italiana, simile a quella francese, inglese, americana, russa, non esiste. Esiste una cultura provinciale, sviluppatasi dal costante abbassamento del livello culturale e da un sostanziale allineamento sui contenuti, sui miti e sugli slogan della cultura dominante, quella degli Stati Uniti, di cui l’Italia è di fatto colonia, più degli altri paesi europei, che avevano più forti difese nella loro cultura nazionale. Anche oggi, gli intellettuali italiani sono (come già osservava Gramsci) più cosmopoliti che veramente italiani. Infatti le loro massime fortune le fanno all’estero, dove si inseriscono in una cultura vitale e riescono a farsi apprezzare. Qui da noi, purtroppo, la cultura è affidata a pochi e volenterosi operatori, la cui preparazione tecnica è appiattita e sottovalutata da una classe dirigente selezionata per meriti politici (se porti voti diventi dirigente, se ne porti tanti e hai tante conoscenze utili, diventi direttore generale) e tra chi è “uso obbedir tacendo”. Non si può pretendere che un paese di portaborse sviluppi una sua autonoma e vivace cultura. I giacimenti culturali esistenti bisogna saperli sfruttare. Il Tremonti, da osservatore dell’economia reale, non poteva che constatare l’inesistenza di una rilevanza economica della cultura. In effetti non si fa cultura solo con l’ostensione di un passato glorioso: non funziona. La forza di attrazione consiste nell’immagine vincente di un Paese, nell’abilità e nel coraggio dei suoi imprenditori. In Italia gli imprenditori, tradizionalisti e impreparati, abituati a usare le armi del sotterfugio e del disprezzo delle regole, hanno puntato sulla compiacenza della classe politica, più che sulle loro capacità, e potrebbero essere quasi tutti (e in parte lo sono) oggetto di attenzioni da parte della magistratura.

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