Not in my name

Come è misero il paese in cui viene picchiato un ragazzo disabile su un autobus.
Come è misero il paese in cui viene legato ad un albero, fotografato e postato sui social un altro diversamente abile.
Come è misero il paese il cui parlamento è costantemente teatro di sconci teatrini da scuola media.
Come è misero il paese che tollera al proprio interno partiti antidemocratici, xenofobi, misogini.
Come è misero il paese la cui informazione cavalca l’onda dell’indignazione perenne, sottacendo o eludendo l’analisi reale.
Come è misero il paese il cui dibattito pubblico è azzerato su posizioni di “sì” o “no”.
Come è misero il paese in cui un’enormità di uomo, Pietro Ingrao, diviene oggetto, alla propria morte, di contendimento tra fazioni.
Come è misero il paese in cui le notizie si creano tramite scherzi telefonici.
Come è misero il paese la cui politica ha spostato il proprio raggio d’azione al salotto televisivo.
Come è misero il paese a cui piace tanto lamentarsi, scontrarsi, tifare.
Come è misero il paese che per colmare l’atavico bisogno di leadership e capri espriatori ha sacrificato la voglia di fare, di mettersi in gioco.
Come è misero il paese che ha bisogno della tragedia per accorgersi di qualcosa, di qualcuno.

A questo schifo io non posso rassegnarmi.

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