Se ti chiami Carpi…

Claudio Lotito, Consigliere federale con delega alle riforme della Lega Serie A:

“Se me porti in Serie A il Carpi… una può sali’, se mi porti su squadre che non valgono un cazzo noi fra due o tre anni non c’abbiamo più una lira.”

Il ragionamento, dal punto di vista imprenditoriale, non fa una piega: con la presenza di sole società importanti si vendono meglio i diritti TV, unica fonte di guadagno di un calcio italiano molto poco virtuoso.

Il ragionamento, dal punto di vista sportivo, oltre a fare spavento temo sancisca la fine della retorica che accompagna le nostre domeniche pallonare.
Sacrificio, sudore, bravura, lealtà, coesione, squadra, obiettivi: se ti chiami Carpi, lascia pure perdere, a te non è concesso.

(Fossi nel Carpi prenderei le sembianze di Luca Cordero di Montezemolo)

La cosa più importante tra le meno importanti

Ogni essere umano dovrebbe -condizionale d’obbligo- possedere dentro di sé una gerarchia di valori che lo guida durante tutto l’arco della propria vita.
Ognuno sceglie il proprio ordine.
Un’influenza scorretta o un giudizio sulle gerarchie altrui non è concesso, la libertà di scelta e di pensiero sono ancora tutelate.

Un discorso che fa fatica a legare con l’irrazionalità del tifoso più sanguigno.

Ci sono due definizioni del termine “tifoso”:
– La prima allude alla malattia caratterizzata da febbre elevata, offuscamento della coscienza, prostrazione, delirio;
– La seconda si riferisce all’appassionato, all’acceso sostenitore di una squadra sportiva.
Nel modus tifandi dell’italiano, molto spesso queste due definizioni si intrecciano e, ancora più spesso, la prima si sostituisce alla seconda.

Domenica -esempio paradigmatico ma letteratura vastissima- sì è consumata una contestazione ai danni del Presidente della Lazio, Claudio Lotito.
Una protesta accorata, partecipata, colorata, contro una gestione che non soddisfa i tifosi.

Senza snocciolarne le ulteriori cause scatenanti -letteratura sterminata anche qui- preme sottolineare come uomini e donne con figli al seguito (generalizzazione dovuta) abbiano manifestato il proprio dissenso: dopo attenta analisi si è optato per l’insulto e l’augurio di morte.
A Lotito e familiari.
Viene spacciata per goliardia ma la tententazione a credere che sia qualcosa di diverso è insistente.

Ora, per il master in bon ton sono sempre state scelte altre strutture, non certo lo stadio, ma è evidente come l’appredimento pedagogico del bambino subisca in simili situazioni un significativo rallentamento. Talvolta un arresto.
Non si deve necessariamente essere un genitore della Mulino Bianco per comprendere l’inadeguatezza di uno sfogo di questo tipo, nei fatti un vomitatoio.

Non ci si meravigli, poi, di politiche gestite oltre il filo del “vaffa”, attualmente isolate ma destinate, se le nuove generazioni non dovessero emanciparsi da tale abbrutimento, alla proliferazione, assumendo rilievi di normalità.

Nella gerarchia dei valori che un genitore dovrebbe trasmettere ai propri figli, l’educazione resta sempre, sempre, sempre al primo posto.
Ricordando inoltre -venga perdonata l’ingerenza- come il calcio, e lo sport in generale, rimangano le cose più importanti tra quelle meno importanti.

Articolo originale pubblicato per Wild Italy