Not in my name

Come è misero il paese in cui viene picchiato un ragazzo disabile su un autobus.
Come è misero il paese in cui viene legato ad un albero, fotografato e postato sui social un altro diversamente abile.
Come è misero il paese il cui parlamento è costantemente teatro di sconci teatrini da scuola media.
Come è misero il paese che tollera al proprio interno partiti antidemocratici, xenofobi, misogini.
Come è misero il paese la cui informazione cavalca l’onda dell’indignazione perenne, sottacendo o eludendo l’analisi reale.
Come è misero il paese il cui dibattito pubblico è azzerato su posizioni di “sì” o “no”.
Come è misero il paese in cui un’enormità di uomo, Pietro Ingrao, diviene oggetto, alla propria morte, di contendimento tra fazioni.
Come è misero il paese in cui le notizie si creano tramite scherzi telefonici.
Come è misero il paese la cui politica ha spostato il proprio raggio d’azione al salotto televisivo.
Come è misero il paese a cui piace tanto lamentarsi, scontrarsi, tifare.
Come è misero il paese che per colmare l’atavico bisogno di leadership e capri espriatori ha sacrificato la voglia di fare, di mettersi in gioco.
Come è misero il paese che ha bisogno della tragedia per accorgersi di qualcosa, di qualcuno.

A questo schifo io non posso rassegnarmi.

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Silenzio

Alla luce di quello che sta venendo fuori dall’inchiesta “Mafia Capitale” volevo sottolineare il silenzio assordante di quelli che si sperticavano in analisi apologetiche sui fatti di Tor Sapienza, di quelli delle marce della legalità apoliticheuuh signoramia, apolitiche!– , di quei partitini da zero virgola che hanno fomentato l’onda, di quei partiti da tre virgola che l’onda l’hanno cavalcata, di quelli che “io nun so’ politica, nun te permette“, di quelli che “aiutiamoli a casa loro che non ci sono i soldi“, di quelli della legalità a fasi alterne, anzi, a razze alterne, di quelli che “ha ragione la Lega“, di quelli dalla memoria corta, di quelli che memoria non hanno ma comunque rimpiangono, di quelli che ti accusano di buonismo, di mondialismo, se non difendi la Patria Nostra da certe vergognose commistioni, di quelli che gli italiani brava gente.

Se riuscite a guardarvi allo specchio a me poco importa, quello che mi importa è come vi guardo io.
Io vi guardo con tutto il disprezzo che meritate.

Trasformazioni

Hai mai sognato di indossare i panni di qualcun altro?
Che so, Cristiano Ronaldo, il Papa, Carl Marx, Barack Obama?

Ecco, la febbre te lo permette.
Convengo con te, la trasformazione non corrisponde propriamente a quella sperata, ma Carnevale è lontano e io sono uno dalle poche pretese.

Dicevo.
La febbre ti offre quella STRAORDINARIA possibilità di arrivare ad un livello di abbrutimento tale da far invidia all’uomo primitivo.
Quel livello di inciviltà riscontrabile in un altro animale sociale, non ancora estinto: il LEGHISTA.
L’esperienza del Leghista tocca tutti, prima o poi.
Dopo giorni di alterazione, nei quali ti viene propinato il brodino a colazione, il brodino a pranzo, il brodino a merenda e il brodino a cena (no, immaginare di mangiare caviale non servirà), dopo giorni nei quali il Paracetamolo diventa il tuo migliore amico e dopo ogni brodino aspetti solo quella bella Tachipirina bianca (no, non la supposta), dopo giorni nei quali la doccia diventa un miraggio (no, non ho ancora capito perché è sconsigliata) il tuo comportamento non può che risentirne.
E’ inevitabile.
L’educazione viene dimenticata, per passare il tempo si recita la Divina Commedia ruttando in tonalità di La minore, i capelli diventano più unti di una crema per mani scaduta, ci si esprime in grugniti e parolacce, e l’odore emanato non è esattamente eau de parfum by Paco Rabanne.

Capisci adesso?

Salvini, nuovo segretario Lega Nord, che prima propone un autobus riservato agli immigrati e poi dedica un pensiero a “Nelson Mandela e a chi lotta per la libertà”, ha semplicemente la febbre.
Il leghista è un uomo con la febbre.

Sei un privilegiato, a te passa.
Pensaci la prossima volta che vieni turbato dalle parole di personaggi del genere.