Contro la violenza sulle donne

Non apprezzo particolarmente la retorica, spesso demagogica, delle giornate “contro qualcosa” o “a favore di”.
La necessità di una X rossa sul calendario per ricordarsi di una determinata categoria sociale mi fa spavento e dà la misura del grado di civiltà raggiunto.
Indegno.

Oggi, nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, utopicamente spero ci vengano risparmiate le canoniche liturgie di adorazione dell’universo femminile, salvo poi, domani, dimenticare tutto.

In questo tripudio di emozioni liquide ed estemporanee che è diventata questa giungla di società io spero si alzi un grido permanente, in sottofondo, che faccia da colonna sonora a una battaglia di civiltà e di parità che è quella del LAVORO.
Perché l’emancipazione, la sicurezza e la libertà di una donna, ma anche di un giovane o di un qualsiasi essere umano partono sempre da un’occupazione che dia reddito.

In Italia lavora solamente il 47% delle donne.
Partiamo da qui?

(Ah, per coloro che hanno ammonito il mondo terreno con la mirabolante teoria gender oggi è un’occasione d’oro per rimanere in silenzio)

Il diritto alla felicità

Concetto astratto, utopico quasi.
Fosse sostituito dal dovere di ridurre l’infelicità, come afferma implicitamente l’art. 3 della Costituzione, si potrebbe concretizzare in una certa idea di Politica, quella che piace a noi.

Eppure.

Eppure siamo costretti a sopportare strutturali disuguaglianze, sempre pronte ad ostacolare qualsiasi velleità di trasporto emotivo che non sia animato da paura e da ansia.
Una dittatura dell’infelicità, della prevaricazione, della sperequazione.

Per invertire le tendenza di occasioni ce ne sarebbero ma la Politica che non piace a noi, quella che non perde occasioni per sferrare pugni ai paradigmi di civiltà e di umanità decide di arrogarsi una facoltà di arbitrio sulle scelte e sulle emozioni altrui, cullata dall’ideale di aurea mediocritas che sempre la accompagnerà.

Siamo costretti a sopportare le opinioni degli Alfani, dei Sinodi, dei prefetti Pecorari, dei Nardelli, dei Salvini, dei Fiori, esseri disumani, squallidi portatori di modelli anacronistici, sopraffatti dalla loro inferiorità morale e dalla schiacciante e perenne smania elettorale basata sul dolore di pancia della disperazione.

Eppure.

Eppure c’è chi si ribella, chi non si rassegnerà mai, chi la tendenza la vuole invertire davvero.

Il mio applauso va a Virginio Merola, Ignazio Marino, Giuliano Pisapia e tutte le altre Persone che hanno assecondato e riconosciuto quel diritto alla felicità, con l’obiettivo di eliminare una disuguaglianza, compito primario della Politica.

Quella vera.
Quella che piace a noi.