Sull’ATAC

Ieri ho preso l’autobus dopo appena quaranta minuti.
La leggenda narra di ritardi causati da varie manifestazioni: dai No Tav, armati di colori e tamburi, fino ad arrivare ai pericolosi malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica, armati di mascherina e sedia a rotelle.
Un disagio evidente.

Le manifestazioni a Roma, a quanto pare, durano, senza interruzione, da almeno un anno e mezzo. E in ogni zona della città. Che sia notte o che sia giorno, che io debba andare a Garbatella, o a Rebibbia, che sia Natale, Pasqua o la domenica ecologica in cui il servizio è triplicato, gli autobus sono sempre in ritardo a causa di manifestazioni.

Alcune volte, imprevedibilmente, manifesta pure quell’insolente del maltempo.
Quatto quatto, il tempo verso ottobre si comincia a guastare.
Provocatore a tal punto da tirare giù qualche goccia di pioggia.
Inevitabile la paralisi.

Carovane di persone che salgono ad ogni fermata al grido di “Si faccia più in là” oppure “Ao, al centro non c’è nessuno, state tutti sulla porta!”
Si poga ad ogni curva, annegano vecchiette, si pestano piedi e si fanno trenini d’amore in attesa della fermata.
Capita sempre più spesso di vedere autobus esausti, lacrimanti dai tergicristalli, che salgono sulle spalle di qualche ragazzo volenteroso.
Per una fermata o due. Poi ripartono.

Ma il problema qual è? Hanno limitato le corse? Chissà.
La cosa certa è che il servizio è peggiorato sensibilmente da almeno un anno e mezzo.
Casualità vuole che un anno e mezzo fa sia stata aperta – dopo soli sette anni – quella macchietta di metro che risponde al nome di B1.
Quattro fermate semi-inutili, su un percorso di 4 chilometri scavate ad un livello di 30 metri.
Bella e avveniristica, sicuramente.
Altrettanto sicuramente si impiega meno in un pellegrinaggio sulle ginocchia fino a Lourdes che a salire quella ripetizione di scale mobili.

Io non mollo, il biglietto continuo a farlo.
Ma questa è istigazione.

images